La notizia ha dell’incredibile,
alla recente Granfondo di Roma del 14 ottobre scorso la vincitrice della
categoria femminile nel percorso mediofondo sui 95 km, la siciliana Lucia Asero
che corre per il Gs Città di Misterbianco di Natale Scuderi è risultata
positiva all’EPO.
Fin qui nulla di strano, ormai i
casi di doping sono all’ordine del giorno. Poi però si scopre che Lucia Asero non
è una ragazzina alle prime armi ma compirà 41 anni tra pochi giorni, e non è
nemmeno una ciclista professionista, ma una donna che dovrebbe andare in bici
solo per diletto visto che nella vita di tutti i giorni svolge la professione
di architetto a Giarre.
Diventa ancora più incomprensibile
il motivo che l’abbia spinta ad assumere un medicinale come l’EPO per
migliorare le proprie prestazioni ciclistiche. Cosa spinge una donna di mezza
età, forse una mamma, a mettere a rischio la propria vita assumendo un farmaco destinato
a curare gravi malattie per primeggiare in una gara amatoriale, nemmeno il
percorso lungo, ma quello ridotto, in cui la seconda classificata è arrivata
dopo oltre sette minuti? Un farmaco che non puoi comprare liberamente come se
si trattasse di un integratore ma che devi procurarti clandestinamente
sborsando centinaia di euro. Mistero.
L’unica cosa certa è che il
doping tra gli amatori sta diventando una pratica sempre più diffusa che non
può essere più arginato con una semplice squalifica di due anni. Un problema sociale
da debellare cercando innanzitutto di mettere le mani su chi ci guadagna commerciando
i farmaci sottobanco. Ormai la semplice squalifica non basta più. Se vogliamo
partire dal presupposto che chi assume i farmaci è soltanto un deficiente, non
possiamo non costatare che chi glieli fornisce è un delinquente che ceca solo
facili ed illeciti guadagni.
A questo punto chi viene trovato
positivo deve essere interrogato da un giudice e fare i nomi di chi gli ha fornito
il farmaco e se si rifiuta di farlo o dice di aver fatto tutto da solo i due
anni li deve passare in galera.

Lucia fortunatamente non è mamma, e forse non vuole esserlo, ma è certamente una persona infelice, che cerca nelle soddisfazioni sportive ciò che non è riuscita a trovare in altri aspetti della vita. Condanno severamente le sue azioni, tuttavia provo per lei soprattutto dispiacere e compassione.
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